AI act: la legge italiana sull’Intelligenza Artificiale

9

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di una notizia che non potete assolutamente ignorare: il Senato ha approvato in via definitiva la legge italiana sull’Intelligenza Artificiale. Non è un dettaglio da poco: si tratta del primo quadro normativo nazionale in Europa che disciplina lo sviluppo e l’utilizzo dei sistemi di IA, in coerenza con l’AI Act europeo.

Vediamo insieme cosa cambia.

Guida alle nuove regole europee sull’intelligenza artificiale e cosa cambia in Italia

Il cuore della normativa è quello che viene definito un “uso antropocentrico” dell’intelligenza artificiale: in parole povere, la tecnologia deve restare uno strumento al servizio delle persone, non il contrario. Questo si traduce in una serie di paletti molto concreti: trasparenza nei sistemi, sicurezza informatica, accessibilità e protezione della riservatezza dei dati.

Un aspetto che trovo particolarmente interessante riguarda la centralità della decisione umana. In tutti i settori toccati dalla legge, dalla sanità alla giustizia, l’IA può supportare, suggerire, velocizzare processi, ma la parola finale deve sempre spettare a una persona fisica. È un principio che, a mio avviso, risponde bene a una delle paure più diffuse verso queste tecnologie: quella di essere sostituiti da un algoritmo in decisioni che riguardano diritti fondamentali.

I settori coinvolti

La legge interviene in modo trasversale su diversi ambiti:

  • In sanità viene ribadita la centralità del medico, con i dati utilizzati anche a fini di ricerca.
  • Nel mondo del lavoro si parla di un osservatorio dedicato e della tutela della dignità del lavoratore, un tema che personalmente trovo cruciale visto quanto velocemente si stanno diffondendo strumenti di IA per la selezione del personale e la valutazione delle performance.
  • Pubblica amministrazione e giustizia dovranno garantire un supporto decisionale tracciabile
  • Scuola e sport vengono coinvolti soprattutto sul fronte della formazione e dell’inclusione.

Chi controlla tutto questo?

L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) avrà poteri ispettivi e vigilerà sull’adeguatezza e la sicurezza dei sistemi di IA.

L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), invece, si occuperà di gestire le notifiche e di promuovere casi d’uso sicuri per cittadini e imprese.

A coordinare il tutto ci penserà il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio, che avrà il compito di predisporre e aggiornare ogni due anni una Strategia nazionale per l’IA.

Perché serve un doppio livello, nazionale ed europeo

L’AI Act europeo ha già introdotto una classificazione del rischio dei sistemi di IA, distinguendo tra rischio inaccettabile (vietato), alto rischio (fortemente regolamentato), rischio limitato (soggetto a obblighi di trasparenza) e rischio minimo (sostanzialmente libero). La legge italiana declina la normativa a livello nazionale, definendo strategia, controllo e gestione degli investimenti.

Un miliardo di euro per startup e PMI

La legge prevede di investire 1 miliardo di euro in startup e piccole e medie imprese attive nei campi dell’intelligenza artificiale, della cybersicurezza e delle tecnologie emergenti. L’obiettivo dichiarato è sostenere l’evoluzione tecnologico dell’Italia.

Le mie riflessioni

L’AI Act rappresenta un passo importante. Stabilire regole comuni sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale è necessario, soprattutto in ambiti delicati come la sanità, la giustizia, il lavoro e la pubblica amministrazione. Tuttavia, una legge da sola non basta a garantire un utilizzo corretto della tecnologia. La vera sfida riguarda chi la controlla, con quali strumenti e nell’interesse di chi.

La tecnologia viene regolata. Ma chi controlla chi controlla?

L’Europa giustamente limita alcuni utilizzi dell’intelligenza artificiale ritenuti troppo invasivi. Eppure gli ultimi anni hanno dimostrato come siano spesso gli stessi Stati a ricorrere a strumenti di sorveglianza estremamente sofisticati.

Il caso dello spyware Graphite (malware creato dall’azienda israeliana Paragon Solutions al servizio dei governi) individuato sui dispositivi di giornalisti e attivisti, ricorda che il rischio non deriva soltanto dalle grandi aziende tecnologiche, ma anche dall’impiego di strumenti digitali da parte delle istituzioni.

Frame tratto da un episodio della serie “Black Mirror”

Negli ultimi giorni inoltre, si sta parlando dell’adozione di sistemi avanzati di riconoscimento facciale tramite intelligenza artificiale da parte della polizia. E sembra che il governo stia facendo le corse per accelerare l’adozione di questi nuovi strumenti.

Non avevamo mica appena finito di parlare di “uso antropocentrico” e “strumenti al servizio delle persone che non ledano la libertà degli individui”?

Ma quale sovranità tecnologica?

L’AI Act disciplina l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, ma non risolve un problema strutturale: l’Europa, e l’Italia in particolare, dipendono quasi interamente da infrastrutture sviluppate da grandi multinazionali statunitensi, israeliane e, talvolta, cinesi.

I modelli più avanzati, i servizi cloud, i supercomputer e gran parte dei data center sono controllati da pochi operatori internazionali. Questo significa che i nostri dati e una parte significativa del valore economico prodotto dall’AI vengono condivisi con quei paesi.

L’intelligenza artificiale ha anche un costo ambientale

Ogni nuovo modello richiede enormi quantità di energia elettrica, sistemi di raffreddamento e infrastrutture sempre più grandi.

La crescita dei data center comporta nuove richieste di potenza sulla rete elettrica, un maggiore consumo di acqua per il raffreddamento e un impatto ambientale che raramente entra nel dibattito pubblico. L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una tecnologia immateriale, ma la sua espansione dipende da infrastrutture estremamente concrete.

L’Italia, inoltre, dispone di una limitata autonomia energetica e continua a dipendere in larga misura dall’importazioneper soddisfare la richiesta.

La transizione digitale non può essere considerata sostenibile senza affrontare anche questi aspetti.

La Cina ha realizzato il primo data center sottomarino, posizionando i server direttamente sul fondale marino.

Appalti truccati e corruzione: la solita storia italiana

Un altro elemento riguarda la governance.

In Italia buona parte delle competenze sull’attuazione dell’AI Act passeranno attraverso organismi pubblici chiamati a vigilare sulla cybersicurezza e sulla protezione dei dati.

È una scelta comprensibile, ma inevitabilmente porta a una riflessione. Negli ultimi anni il nostro Paese è stato attraversato da numerose inchieste riguardanti il settore della sicurezza informatica e della digitalizzazione della pubblica amministrazione: appalti pilotati, casi di corruzione, accessi abusivi a sistemi strategici dello Stato e indagini che hanno coinvolto dirigenti, ufficiali delle forze armate e rappresentanti di importanti aziende private.

Dunque?

L’AI Act è il minimo che possa fare l’Europa per regolamentare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

Senza investimenti in infrastrutture europee, senza una reale sovranità tecnologica, senza controlli indipendenti e senza istituzioni percepite come credibili, il rischio è che l’Europa si limiti a regolamentare tecnologie progettate altrove, alimentate dai nostri dati e gestite attraverso sistemi sui quali abbiamo un controllo sempre più limitato.

Nella serie HBO Westworld esiste un parco divertimenti così realistico che i suoi visitatori finiscono per non distinguere più la finzione dalla realtà.

Fonti:

Giornalisti sorvegliati illegalmente tramite il malware Paragon

Datacenter in Lombardia: la rivoluzione che nessuno sta controllando

Sistema diffuso di tangenti per l’assegnazione di appalti tecnologici e accessi illeciti ai server strategici della Pubblica Amministrazione

Caso Sogei e appalti pilotati: 26 indagati totali tra cui alti ufficiali delle forze armate, dirigenti pubblici e importanti aziende private dell’IT come TIM e NTT Data.

Caso Sogei e appalti pilotati: Perquisizioni al Ministero della Difesa, Terna e RFI per fare luce su presunti fondi neri e gare d’appalto truccate sulla sicurezza dei sistemi informativi.

Caso Sogei e appalti pilotati: Meccanismi corruttivi consolidati finalizzati a favorire specifiche imprese nell’assegnazione dei contratti pubblici per la gestione della transizione digitale e della protezione dei dati di Stato.

Accessi abusivi reiterati: esponenti delle istituzioni creavano report riservati prelevando informazioni sensibili dallo SDI (sistema d’indagine delle forze dell’ordine), dall’Anagrafe Nazionale e dalle piattaforme dell’Agenzia delle Entrate.