Anthropic: “L’AI non ha ancora distrutto il lavoro”

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Tramite un articolo sul suo blog, Anthropic propone un nuovo metodo per misurare gli effetti dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro americano.

Secondo i dati raccolti finora Anthropic sostiene che:

  • non emerge un aumento statisticamente significativo della disoccupazione nelle professioni più esposte all’AI;
  • si osserva però un rallentamento delle assunzioni tra i giovani (22-25 anni) nelle occupazioni maggiormente automatizzabili;
  • programmatori, analisti finanziari e operatori del servizio clienti risultano tra i lavori più esposti.

Gli stessi autori invitano alla prudenza: è ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive e il loro obiettivo è costruire un metodo di osservazione da aggiornare nel tempo.

Le occupazioni più esposte

Tra i lavori che a causa dell’intelligenza artificiale Anthropic individua come “potenzialmente più a rischio” troviamo il Programmatore informatico, seguito da Servizio clienti e Addetto all’inserimento dati.

(dati presi da analisi Anthropic)

La disoccupazione è davvero il parametro corretto?

L’intero studio ruota attorno a una domanda: l’AI aumenta la disoccupazione? Ma è una domanda che rischia di essere fuorviante, perché storicamente le grandi rivoluzioni tecnologiche non hanno quasi mai prodotto un’esplosione immediata della disoccupazione. Hanno invece modificato il modo di lavorare.

Oggi un grafico produce in poche ore ciò che prima richiedeva giorni. Uno sviluppatore scrive codice più velocemente. Un copywriter realizza dieci testi invece di due. Un traduttore lavora molto più rapidamente.

Statisticamente queste persone risultano ancora occupate. Ma quante aziende assumeranno un secondo dipendente se il primo, grazie all’AI, riesce a svolgere il lavoro di due? L’intelligenza artificiale non elimina necessariamente posti di lavoro, ma può semplicemente ridurre il numero di persone necessarie per produrre la stessa quantità di valore.

Se prima servivano dieci professionisti e oggi ne bastano sei, quei sei potrebbero continuare a lavorare senza che la disoccupazione aumenti immediatamente.

Il cambiamento emerge soprattutto nel rallentamento delle nuove assunzioni. Ed è esattamente quello che lo studio di Anthropic rileva.

Il dato più deprimente riguarda i giovani

Forse il risultato meno discusso della ricerca è anche quello più importante. Anthropic osserva che i lavoratori tra i 22 e i 25 anni sembrano incontrare maggiori difficoltà a entrare nelle professioni maggiormente esposte all’intelligenza artificiale.

Le rivoluzioni tecnologiche potrebbero non espellere milioni di lavoratori già impiegati. Potrebbero impedire alle nuove generazioni di entrarvi.

L’intelligenza artificiale non va giudicata soltanto contando i disoccupati. Bisognerebbe chiedersi:

  • quanti lavoratori servono oggi per svolgere lo stesso lavoro rispetto a 10 anni fa?
  • quanto si stanno comprimendo salari e compensi?
  • quanto diminuisce la domanda di nuove assunzioni?
  • chi trattiene il valore economico prodotto dall’aumento di produttività?

E se il rischio vero non fosse solamente perdere il lavoro?

La mia impressione è che stiamo andando verso un impoverimento del valore del lavoro umano, il quale diventa progressivamente meno necessario, meno remunerato e più facilmente sostituibile.