Cosa può insegnarci Marx sull’intelligenza artificiale (e sul futuro del lavoro digitale)

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Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo che metteva insieme due mondi apparentemente lontanissimi: Karl Marx e l’intelligenza artificiale. Poi ho scoperto che esiste anche un libro (da cui forse l’articolo ha tratto ispirazione) scritto da Alvaro Rivas. Può sembrare un accostamento forzato, ma più ci penso e più trovo che ci siano riflessioni interessanti, soprattutto se osserviamo il cambiamento del mondo del lavoro digitale.

La tendenza del capitalismo a sostituire il lavoro con le macchine

Marx, nei suoi scritti economici, aveva individuato una dinamica precisa: il capitale tende naturalmente a sostituire il lavoro umano con macchinari, perché questo aumenta la produttività e riduce i costi. Non era un’osservazione moralistica, ma quasi una legge di funzionamento del sistema. Quello che stiamo vedendo oggi con l’IA generativa, i modelli linguistici (LLM) e gli strumenti di automazione non è altro che l’ultima iterazione di questo processo.

Nei Grundrisse del 1858 sosteneva che il valore economico sarebbe dipeso sempre meno dal lavoro diretto e sempre più dalla conoscenza scientifica, dalla tecnologia e dall’organizzazione della società. Per Marx questa trasformazione avrebbe potuto emancipare l’uomo dal lavoro alienato.

Oggi, con l’intelligenza artificiale capace di produrre testi, immagini, musica e software, quella riflessione appare sorprendentemente attuale, anche se gli effetti sembrano andare nella direzione opposta rispetto alle sue speranze.

La differenza rispetto alla rivoluzione industriale è la velocità. Se un tempo l’automazione impiegava decenni per trasformare interi settori, oggi bastano pochi mesi perché uno strumento come un modello di IA cambi radicalmente il modo in cui si scrive, si programma o si progetta. Chi lavora nello sviluppo software lo sta vivendo in prima persona: task che prima richiedevano ore (e molte più competenze verticali!) vengono oggi gestiti in minuti da un assistente basato su IA (su richiesta di persone che spesso non capiscono bene cosa stanno facendo e come).

Cosa significa per chi lavora nel digitale

Marx stesso non vedeva la macchina come un nemico in sé, ma come uno strumento il cui impatto dipende da come viene gestito il rapporto tra produttività e distribuzione del valore creato. Tradotto nel nostro contesto: l’IA può essere un moltiplicatore di produttività per lo sviluppatore che sa usarla, oppure un fattore di sostituzione per chi si limita a competenze molto ripetitive e poco specializzate.

Da sviluppatore e creatore di applicazioni web, la mia esperienza quotidiana mi conferma questa lettura: gli strumenti di IA mi aiutano a scrivere codice più velocemente, a fare debug, a generare bozze di documentazione, ma il valore che continuo a portare io sta nel capire il problema del cliente, nel progettare l’architettura giusta, nel prendere decisioni che richiedono contesto ed esperienza. Sono esattamente le competenze che, almeno per ora, restano difficili da automatizzare del tutto.

Una riflessione più che una previsione

Non ho la pretesa di dire come andrà a finire, e diffido di chi lo fa con troppa sicurezza. Quello che trovo utile del pensiero di Marx applicato all’IA è proprio l’invito a guardare oltre la tecnologia in sé, e a chiedersi chi beneficia davvero dei guadagni di produttività che genera. È una domanda che vale per le gtrandi aziende del settore tech, ma anche per noi piccoli lavoratori che ogni giorno decidiamo come integrare questi strumenti nel nostro lavoro.

In luce di queste considerazioni, senti che l’intelligenza artificiale ti sta sostituendo, o invece ti sta liberando del tempo per concentrarti su ciò che sai fare meglio?