La musica generata dall’intelligenza artificiale sta invadendo le piattaforme di streaming. Ogni giorno vengono pubblicati migliaia di nuovi brani creati automaticamente, spesso senza che gli ascoltatori abbiano alcun modo di distinguerli dalle opere realizzate da musicisti in carne e ossa.

Da tempo artisti, produttori e utenti chiedono maggiore trasparenza, con un’indicazione chiara dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Alcune piattaforme, come YouTube, hanno già introdotto sistemi di etichettatura. Spotify, invece, continua a non segnalare in modo evidente quali brani siano stati creati dall’AI.
La protesta di alcuni artisti
Nel luglio 2025 la band australiana King Gizzard & The Lizard Wizard ha ritirato l’intero catalogo da Spotify in segno di protesta. La decisione era rivolta proprio contro Daniel Ek, criticato per i suoi ingenti investimenti in Helsing, azienda specializzata nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale applicati al settore della difesa e dei droni militari.
Attraverso un messaggio pubblicato su Instagram, il gruppo ha invitato i fan a sostenere il boicottaggio, accusando i grandi imprenditori della tecnologia di finanziare progetti sempre più controversi invece di assumersi maggiori responsabilità sociali.
King Gizzard non è stata l’unica band a prendere questa posizione: anche gruppi della scena indipendente come Deerhoof e Xiu Xiu hanno rimosso la propria musica dalla piattaforma per le stesse ragioni.
Due strumenti per riconoscerla
Nel vuoto lasciato dalla piattaforma sono nati progetti indipendenti come SoullessMusic e SlopTracker, creati per individuare e catalogare la musica generata artificialmente.

Secondo le analisi del sito, l’artista Slime Dot è certamente un’artista artificiale. La conclusione deriva sia dall’analisi tecnica di diversi brani, sia dalla quantità anomala di musica pubblicata in pochissimo tempo, un comportamento sempre più tipico degli account alimentati da generatori automatici.
SlopTracker adotta invece un approccio diverso: permette agli utenti di analizzare direttamente un collegamento Spotify e stima la probabilità che un brano sia stato prodotto con modelli come Suno o ElevenLabs. Nel caso del brano Fully, il sistema attribuisce una probabilità del 95% che sia stato generato artificialmente.
L’intelligenza artificiale danneggia gli artisti reali
Graeme Fulton, creatore di SoullessMusic, racconta di aver iniziato il progetto dopo aver visto crescere il numero di musicisti che denunciavano copie dei propri brani o addirittura imitazioni della loro immagine.
Non si tratta di episodi isolati.
404 Media aveva già documentato il caso di un truffatore che pubblicava musica generata artificialmente utilizzando il nome di un musicista realmente esistito e ormai scomparso, sfruttandone la notorietà per incassare i ricavi derivanti dagli ascolti. Dopo quell’inchiesta, numerosi artisti hanno raccontato di essere stati vittime dello stesso schema.
Fenomeni simili continuano a emergere anche oggi e molti ascoltatori credono quindi di ascoltare musicisti reali.
Riconoscere l’AI non è semplice
Per individuare questi contenuti, SoullessMusic utilizza diversi strumenti: modelli aperti per il rilevamento della musica artificiale, analisi dei metadati, confronto con banche dati pubbliche e controlli manuali effettuati prima di inserire un artista nel proprio archivio.
Lo stesso Fulton ammette però che nessun sistema è infallibile, perchè i rilevatori di contenuti generati dall’intelligenza artificiale possono produrre falsi positivi.
È un limite noto di questa tecnologia, che rende ancora più importante un intervento diretto delle piattaforme anziché affidare l’intero processo a strumenti sviluppati dalla comunità.
Un mercato sempre più dominato dalla musica artificiale
L’assenza di trasparenza rende impossibile capire quanto denaro venga già assorbito dalla musica generata automaticamente.
Eppure strumenti come Suno e Udio inseriscono già filigrane digitali invisibili nei brani che producono, rendendo teoricamente semplice per Spotify identificarli automaticamente.
Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Spotify ha dichiarato di aver introdotto diverse misure contro spam, impersonificazione e contenuti ingannevoli, oltre a strumenti che consentono agli artisti di dichiarare l’uso dell’intelligenza artificiale e agli utenti di riconoscere gli account verificati.
Resta però una domanda: perché queste informazioni non sono chiaramente visibili accanto ai brani che gli utenti ascoltano?
Milioni di euro sottratti alla musica umana
SoullessMusic stima che il ristretto numero di artisti artificiali già censiti generi oltre 5,7 milioni di dollari all’anno, con un singolo progetto capace di superare 1,5 milioni di dollari di ricavi annuali.
Ma il fenomeno è probabilmente molto più esteso.
La piattaforma Deezer, che invece etichetta sistematicamente la musica generata artificialmente, ha dichiarato che il 44% dei nuovi brani caricati ogni giorno è ormai prodotto dall’intelligenza artificiale.
Secondo SlopTracker, gli artisti artificiali presenti nelle playlist ufficiali di Spotify sottrarrebbero continuamente ricavi ai musicisti reali: circa 0,12 dollari ogni secondo che avrebbe potuto finanziare chi la musica la compone e la suona davvero.
Fonti:
https://www.wired.it/article/daniel-ek-spotify-startup-helsing-droni
https://faroutmagazine.co.uk/deerhoof-pulls-music-from-spotify-after-ai-military-investment
https://www.404media.co/spotify-publishes-ai-generated-songs-from-dead-artists-without-permission
