Ogni tanto una notizia mi fa fermare un attimo e riflettere su cosa significhi davvero lavorare con la tecnologia.
È il caso di un’inchiesta firmata Forbidden Stories, che ha portato alla luce come i servizi di sicurezza del Marocco utilizzino un vero e proprio arsenale digitale — intercettazioni, telecamere nascoste, software spia — per tenere sotto controllo giornalisti e oppositori politici. Non è un tema che riguarda solo un singolo stato: è una fotografia di quello che la tecnologia può diventare quando finisce nelle mani delle persone/corporazioni più potenti del mondo.

Pegasus, lo spyware israeliano a servizio dei governi
Pegasus è uno spyware sviluppato dall’azienda israeliana NSO Group, progettato per essere installato in modo invisibile e da remoto su smartphone iPhone (iOS) e Android. Sebbene venga commercializzato come strumento per combattere criminalità e terrorismo, è stato ripetutamente utilizzato da diversi governi per sorvegliare giornalisti, avvocati, oppositori politici e attivisti per i diritti umani. La vendita del software a governi stranieri richiede l’autorizzazione del Ministero della Difesa israeliano.
Pegasus è in grado di accedere a messaggi, chiamate, password, posizione geografica, microfono, fotocamera e dati delle applicazioni installate sul dispositivo. In alcune versioni di iOS poteva essere installato anche senza alcuna interazione da parte dell’utente (tramite un cosiddetto attacco “zero-click”).
La prima analisi pubblica dello spyware risale al 2016, quando ricercatori di sicurezza individuarono un tentativo di spionaggio ai danni dell’attivista per i diritti umani Ahmed Mansoor. Le successive indagini di organizzazioni come Amnesty International e Citizen Lab hanno rivelato un uso esteso di Pegasus a livello globale, culminato nel 2021 con il Pegasus Project, un’inchiesta basata su un elenco trapelato di circa 50.000 numeri di telefono potenzialmente selezionati come obiettivi dai clienti di NSO Group.
Fonte: wikipedia
Quando lo spyware smette di essere fantascienza
Sentire parlare di spyware usato su larga scala non è una novità assoluta, ma fa comunque un certo effetto vederlo raccontato con nomi, casi concreti e documenti alla mano. Questi strumenti spesso nascono da aziende private che li vendono come soluzioni di “sicurezza nazionale” o “lotta al terrorismo”, ma finiscono per essere impiegati contro chiunque dia fastidio al potere: reporter scomodi, avvocati, attivisti per i diritti umani.
La cosa che trovo più inquietante è la normalità con cui queste tecnologie vengono integrate nella vita quotidiana delle persone sorvegliate. Non si tratta di un attacco isolato, ma di un monitoraggio sistematico che sfrutta smartphone, app di messaggistica e persino telecamere di sorveglianza urbana. Tutto questo è reso possibile da competenze tecniche che, in altri contesti, potrebbero essere usate per costruire strumenti utili e non per reprimere il dissenso.
Qualche esempio di impieghi alternativi molto più utili? Lotta alla corruzione, controllo fiscale, snellire le procedure burocratiche. Problemi che invece rimangono ancora macigni del nostro tempo.
La responsabilità di chi sviluppa tecnologia
Ma quanta responsabilità ha chi scrive codice rispetto a come quel codice verrà usato? Non ho una risposta semplice, ma credo che chi lavora nel settore tech — sviluppatori, aziende, ricercatori — debba iniziare a interrogarsi seriamente su questi temi. Non basta dire “io ho solo scritto delle righe di codice, non decido come viene usato”: la storia dello spyware dimostra che le scelte tecniche hanno conseguenze reali sulla vita delle persone, a volte drammatiche.
Esistono già iniziative internazionali per regolamentare la vendita e l’esportazione di tecnologie di sorveglianza, ma restano spesso deboli o facilmente aggirabili. Nel frattempo, casi come quello raccontato dall’inchiesta di Forbidden Stories ci ricordano quanto sia importante che il giornalismo investigativo continui a fare luce su questi meccanismi, spesso nascosti dietro contratti riservati e clausole di segretezza.
Leggi anche: Mentre la Francia valutava l’acquisto di Pegasus, il Marocco lo utilizzava per spiare i ministri francesi.
Come sempre, non credo che la tecnologia sia buona o cattiva di per sé: dipende da come la usiamo e da chi la controlla. Ma leggere di queste storie mi fa venire voglia di chiedere anche a voi lettori: quanto ci pensiamo, nel nostro piccolo, a come vengono usati gli strumenti digitali che progettiamo o che semplicemente utilizziamo ogni giorno?
Fonti:
Pagina Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Pegasus_Project_(investigation)
