Le chat private con Claude finiscono su Google

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Nelle scorse ore è emerso che diverse conversazioni condivise su Claude, il chatbot (o meglio LLM) sviluppato da Anthropic, sono finite indicizzate su Google e Bing, accessibili a chiunque con una semplice ricerca. Parliamo di dati clinici, documenti aziendali riservati, strategie legali e persino informazioni personali di minori. Insomma, roba che nessuno vorrebbe vedere spuntare tra i risultati di una ricerca casuale.

Le tue chat Claude potrebbero essere su Google!

Cosa è successo davvero

La cosa che colpisce di più è che non si è trattato di un attacco informatico o di una falla di sicurezza nel senso classico del termine. Tutto sembra nascere da una funzione piuttosto comune tra le piattaforme di intelligenza artificiale: la possibilità di generare un link pubblico per condividere una conversazione. Se quel collegamento diventa accessibile ai motori di ricerca, il suo contenuto può essere scansionato (dai famosi robot) e mostrato tra i risultati, esattamente come qualsiasi altra pagina web. È bastato usare l’operatore site: su Google (ad esempio site:claude.ai/share) per scovare centinaia di chat private, insieme agli Artefatti, le mini-app generate dall’AI di Anthropic.

A complicare il quadro c’è il fatto che alcuni utenti coinvolti hanno dichiarato di non aver mai usato consapevolmente la funzione di condivisione. Anthropic, dal canto suo, ha attribuito parte della responsabilità agli utenti che avrebbero pubblicato i link su social o forum invece di tenerli privati. A quanto pare l’azienda è intervenuta abbastanza rapidamente per impedire ai motori di ricerca di continuare a mostrare quei contenuti, ma il danno per chi era coinvolto era già fatto.

Perché dovrebbe interessarci tutti

Non è la prima volta che succede qualcosa del genere: episodi simili avevano già riguardato Claude nel corso del 2025 e, più di recente, anche ChatGPT. È un pattern che si ripete e che dovrebbe farci riflettere su come usiamo questi strumenti ogni giorno. Quando parliamo con un chatbot, in fondo, stiamo interagendo con un servizio cloud come tanti altri: i dati possono essere conservati per periodi più o meno lunghi secondo le politiche del fornitore, anche quando non vengono usati per addestrare i modelli.

Il virgolettato diffuso dalla portavoce di Anthropic (ripreso da ZDnet e Fortune) è questo:

“We give people control over sharing their Claude conversations publicly, and in keeping with our privacy principles, we do not share chat directories or sitemaps with search engines like Google. These shareable links are not guessable or discoverable unless people choose to share them themselves. When someone shares a conversation, they are making that content publicly accessible, and like other public web content, it may be archived by third-party services.”

Traduzione:

“Diamo alle persone il controllo sulla condivisione pubblica delle loro conversazioni con Claude e, in linea con i nostri principi sulla privacy, non condividiamo directory delle chat né sitemap con motori di ricerca come Google. Questi link condivisibili non sono prevedibili né individuabili, a meno che gli utenti non scelgano di condividerli. Quando una persona condivide una conversazione, rende quel contenuto accessibile pubblicamente e, come altri contenuti pubblici sul web, esso può essere archiviato da servizi di terze parti.”

Per questo motivo vale sempre la pena evitare di inserire nelle chat informazioni davvero sensibili come dati sanitari, password, documenti riservati o dettagli finanziari, anche quando sembra tutto molto comodo e privato.

Personalmente credo che episodi come questo abbiano almeno il merito di ricordarci che la fiducia nei confronti dell’intelligenza artificiale non deve mai diventare cieca. Hai mai pensato a cosa succede realmente alle tue conversazioni con un chatbot dopo averle scritte?