MySpace sta per tornare: nostalgia senza algoritmi

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Appena ho letto questa notizia si è risvegliato il boomer che è in me: Myspace si prepara al ritorno.

Era il 2007 e in Italia non si era ancora diffuso Facebook. Tuttavia, noi giovani “altamente tecnologici” comunicavamo già mandandoci SMS e quando stavamo davanti a un computer, potevamo aprire MSN per chattare con amici e sconosciuti.

La tipica postazione di un adolescente nell’epoca d’oro di MySpace (2005-2008).

MySpace arrivò a gamba tesa colmando quel vuoto che poi fu il terreno fertile degli attuali social network più famosi. Era un misto tra una pagina personale e un blog, ed era utilizzato molto sia da persone che da band musicali.

Ogni profilo poteva essere personalizzato intervenendo direttamente sull’HTML, scegliendo sfondi, colori, musica e layout. Tra gli elementi più iconici c’era la “Top Friends”, la classifica degli amici più stretti, mentre in fondo alla pagina trovava spazio una bacheca pubblica dove gli utenti potevano lasciare commenti visibili a tutti.

Nel 2005 MySpace venne acquisita da News Corporation per 580 milioni di dollari.
Nel 2006 superò persino Google e Yahoo, diventando il sito più visitato degli Stati Uniti. Nel suo periodo d’oro generava circa 800 milioni di dollari di ricavi l’anno e raggiunse un picco di 115 milioni di utenti mensili. Proprio in quegli anni, però, Facebook iniziava la sua rapida ascesa, fino a superarlo definitivamente a livello globale.

Se avete avuto un profilo MySpace, allora il vostro primo amico si chiamava Tom. Il fondatore della piattaforma compariva automaticamente nella lista contatti di ogni nuovo iscritto, diventando uno dei simboli più riconoscibili del primo Internet.

Il Doomscrolling ci rende impotenti

Per la prima volta dopo vent’anni, sempre più persone sembrano desiderare un Internet completamente diverso da quello costruito dagli algoritmi.

Ogni immagine, ogni titolo, ogni video viene progettato per catturare la nostra attenzione per qualche secondo in più. È una competizione permanente che occupa il nostro tempo libero, fino a trasformarci da creatori di contenuti a semplici spettatori di un flusso infinito.

Una battaglia al gancio più efficace, al video che contiene i primi secondi con il più alto “engagement” e che aumenti il più possibile la nostra “retention” e possibilmente crei una “conversion“.

Inglesismi che ormai definiscono benissimo un ecosistema digitale in cui la nostra attenzione è diventata la risorsa più preziosa da estrarre, misurare e monetizzare.

Sui social smettiamo di essere persone per diventare metriche da ottimizzare.

In questo flusso infinito il nostro ruolo si riduce a pochissime azioni: mettere un “Mi piace”, scorrere, fermarci qualche secondo, condividere oppure ignorare.

Così il nostro telefono diventa una gabbia costruita dalle nostre stesse abitudini. Non siamo più noi a scegliere cosa esplorare, ma è l’algoritmo a decidere cosa merita la nostra attenzione.

Ed è forse questa la differenza più profonda tra MySpace e i social contemporanei. Il primo offriva uno spazio da costruire. I secondi offrono un flusso da consumare.

Perché MySpace potrebbe funzionare oggi

Forse, in questi vent’anni, abbiamo perso uno spazio che sentivamo davvero nostro. Oggi possiamo al massimo scegliere il colore della facciata di case costruite tutte allo stesso modo.

I proprietari parlano di assenza di algoritmo, nessun feed infinito, maggiore personalizzazione e più controllo del proprio spazio.

Se MySpace dovesse davvero tornare, il suo successo dipenderà -più che dalla nostalgia- dalla sua capacità di ricordarci che i social network, prima di diventare macchine progettate per massimizzare il tempo di permanenza, erano semplicemente luoghi dove incontrare persone.